Invito alla presentazione di “The Dark Screen” (2008) di Franco Pezzin e Angelica Tintori

Chi abita a Milano, o ci può capitare nel fine settimana, è invitato venerdì 21 novembre alla presentazione di THE DARK SCREEN, di cui ho scritto la prefazione. L’evento si terrà all’Atelier Gluck (Via Gluck, 45), alle 20.30. Interverrano gli autori Franco Pezzini e Angelica Tintori, la scrittrice Ben Pastor e l’editore Gargoyle Books Paolo De Crescenzo – oltre, naturalmente, al sottoscritto. Se capitate nei paraggi, venite a salutare.

Qui di seguito, per gentile concessione dell’editore, la mia prefazione.

Hanno cambiato faccia? Storicamente saldi al vertice sociale dell’empireo dei miti horror, Dracula e i suoi discendenti si sono sempre distinti come creature particolarmente abili nel mutare forma. Ma la loro capacità di trasformarsi in lupi, pipistrelli o anche in brezza notturna è una bazzecola rispetto a quella di ridefinire il proprio ruolo nella scala sociale mantenendo sempre e comunque una posizione dominante. Via via che in Europa si disgregava anche il ricordo dei privilegi garantiti dai titoli nobiliari, i vampiri hanno saputo cambiare, se non il volto, quantomeno la divisa, senza mai farsi sfuggire nei decenni le redini del potere.

Si tratta, con ogni probabilità, di una questione fondamentale di vocazione: personaggi come il barone Frankenstein e il professor Griffin dedicano le loro esistenze ai rispettivi progetti scientifici (la creazione della vita e l’invisibilità) e ben di rado si avventurano al di fuori del loro laboratorio. Figure come la creatura di Frankenstein, il mostro della laguna nera o l’uomo lupo (e, se è per questo, anche il signor Hyde, frutto degli esperimenti di un altro illustre studioso come il dottor Jekyll) restano, di fatto, vittime della propria natura ferina o dei propri limiti intellettivi. Per non parlare degli zombi, i proletari del mondo horror, che solo nella forza del numero trovano effettivamente una loro disperata potenza. Al contrario, Dracula e i suoi successori sono il frutto di un ambiente che, tra gestione del feudo e impegnative campagne militari, ha sempre privilegiato il ruolo della strategia: sono, di natura, dei pianificatori, maestri nella seduzione e nella manipolazione delle menti più deboli. E quando puntano, senza esitazione, a fini spesso non meno alimentari di quelli di altre creature mostruose magari altrettanto celebri, si comportano però con la freddezza elegante del consumato giocatore di scacchi, ricorrendo in genere alla forza solo quando le cose cominciano a mettersi male.

Prima che un assassino, e un seduttore pressoché irresistibile, Dracula è fondamentalmente un politico ed è questo l’elemento esplicitato, fin dal titolo, da una pellicola tutto sommato misconosciuta come Hanno cambiato faccia di Corrado Farina: in questo film, così come nel successivo Amore all’ultimo morso, dell’americano John Landis (apparso oltre vent’anni più tardi) appare evidente come la progenie di Dracula abbia imparato a indossare il doppio petto del potere economico e politico o il gessato dei capimafia – una categoria, quest’ultima, che, come ben sappiamo, ha saputo a sua volta cambiare faccia e uniforme, mescolandosi irreversibilmente alla prima – e abbia saputo ricavarsi nuovi spazi, consolidando il proprio potere e anzi incrementandone la portata in modo esponenziale.

Già all’inizio degli anni Settanta, il protagonista di Hanno cambiato faccia è un potente uomo d’affari che ha il controllo pressoché assoluto su importanti settori dell’industria, che da tempo ha allungato i suoi tentacoli su banche e assicurazioni, che possiede giornali e televisioni e, pur non esponendosi in prima persona, è proprietario di alcuni partiti politici. Quasi quarant’anni più tardi, il paradosso proposto dal film è stato ampiamente raggiunto dalla realtà, nel nostro e in altri paesi, via via che lo sviluppo planetario delle logiche del profitto e della sopraffazione consentivano una inarrestabile concentrazione dei fili che muovono le vite delle nazioni in mano a un numero sempre più esiguo di potenti burattinai.

Il film di Farina si chiude con il trionfo finale del supervampiro Giovanni Nosferatu, suggellato da una citazione marcusiana, mentre i vampiri mafiosi di Amore all’ultimo morso di John Landis sembrano invece finire sconfitti grazie all’alleanza fra una vampira dotata di un’etica rigirosa e un poliziotto infiltrato nel clan: nel finale pirotecnico, dopo che tutta la sua banda è stata sterminata, anche il boss Sal Macelli viene fermato da una pallottola ben piazzata. Eppure il lunghissimo discorso che il capoclan pronuncia nel finale, mentre il suo corpo arde senza consumarsi, non sembra affatto un congedo: “Io sono il Potere, e tu non sei che una cacatina di mosca”, ruggisce verso il poliziotto che lo tiene sotto tiro, e l’impressione che dà non è quella di un essere in preda a un insensato delirio di onnipotenza. Il tono, invece, è quello di qualcuno che sa bene di aver perduto solo una battaglia. E che la guerra proseguirà con un esito scontato, perché la propagazione della stirpe vampirica fa parte della loro natura, nè più ne meno che la loro propensione a risorgere ogni volta dalle proprie ceneri.

Se le eccezioni non mancano (ma si limitano a pellicole satiriche: e citiamo per tutte l’interessante Zora la vampira, 2000, in cui il Dracula di da Toni Bertorelli è un Conte molto decaduto e ridottosi – sette anni prima dell’ammissione della Romania nell’Unione Europea – all’umiliazione di dover penetrare in Italia come extracomunitario clandestino), molte di più sono le conferme della regola generale. Anche quando si parla di vampiri apparentemente emarginati dalla società come in Ragazzi perduti di Joel Schumacher, dove il vero capo di un gruppo di giovani succhiasangue si rivela essere un membro ben più rispettato della comunità cittadina. L’unica forma di potere difficilmente compatibile con la natura vampiresca sembra essere, per motivi facilmente intuibili, quello religioso – che tuttavia può in qualche caso subire la tentazione di una difficile alleanza. Penso al cardinale interpretato da Maximilian Schell in John Carpenter’s Vampires (ma l’ispirazione è un romanzo di John Steakley) il quale, alla dubitosa e lunga attesa di una vita eterna di stampo cristiano, preferisce (e mal gliene incoglie) la sicurezza tangibile e immediata della non-morte.

Ma bando alle divagazioni: se la filmografia dei vampiri è oceanica, pullulante di variazioni talvolta eretiche (nell’ottimo Il buio si avvicina si utilizza una trasfusione di sangue per restituire a una vittima del morso fatale la sua natura umana!), approcci che rinunciano all’elemento fantastico (e citiamo per tutti il Wampyr di Romero) o che al contrario imboccano la via della fantascienza (i tre film infedelmente ispirati a Io sono leggenda di Richard Matheson – originariamente uscito nel nostro paese col titolo I vampiri nello stesso anno in cui usciva l’omonimo film di Riccardo Freda, e vai a sapere se sia stato l’editore del romanzo a rubare il titolo ai distributori del film o viceversa), è indubitabile che, con buona pace di Le Fanu o Polidori e degli altri più o meno illustri predecessori, l’opera centrale di tutta la mitologia vampiresca sia il Dracula di Bram Stoker, romanzo più citato che effettivamente letto (come accade da tempo alla stragrande maggioranza dei veri classici) ma anche punto di riferimento di tutta la mitologia, nonostante i tradimenti, sia letterali che sostanziali, commessi da quasi tutte le sue versioni cinematografiche. Abbastanza curioso, quindi, che nessuno avesse ancora preso l’iniziativa di partire da lì per tentare di leggere in modo analitico tutto quello che da Stoker è nato in oltre centodieci anni di storia del cinema (un’età che, guarda guarda, si sovrappone quasi perfettamente a quella del libro, che fu pubblicato la prima volta pochi mesi dopo la prima, storica, manifestazione pubblica dell’invenione dei Lumiére).

Ci hanno pensato, finalmente, Franco Pezzini, Angelica Tintori e Paolo De Crescenzo con il libro che tenete nelle mani. In questo lavoro davvero monumentale, l’opera di Stoker non è solo la pietra di paragone di tutti i film che ne sono stati tratti: diventa invece il filtro attraverso cui ciascuno di quei titoli può essere analizzato in modo approfondito. Perché è evidente che ogni deviazione o modifica rispetto alla fonte originale ha avuto una sua ragione precisa nel contesto storico in cui è stata decisa – e proprio per questo si può rivelarsi, a un esame attento, estremamente significativa. Non solo: poiché ogni nuovo adattamento di Dracula diventa, in qualche modo, parte di un unico canone, le stesse varianti tendono a diventare fonte a loro volta, in una sovrapposizione sempre più complessa di rimandi, di ispirazioni e plagi, di influenze reciproche.

Per gli autori di The Dark Screen, il romanzo di Stoker è diventato la stella polare nell’esplorazione di una impressionante quantità di titoli: decine e decine di trame minuziosamente descritte, collazionate e notomizzate per metterle a confronto con l’originale. Ottenendo alla fine, per rubare un termine utilizzato più frequentemente in geologia, un appassionante carotaggio che sonda in profondità la ormai secolare stratificazione delle versioni, rivelando costanti e variazioni di una produzione cinematografica sterminata.

Il risultato è uno strumento inestimabile e davvero unico per inseguire il mito del vampiro attraverso le sue mille trasformazioni. Se Dracula e i suoi accoliti hanno cambiato faccia e, oggi più che mai, continuano a succhiarci il sangue, The Dark Screen è il manuale fondamentale per aiutarci a riconoscerli. E, se in noi alberga ancora un po’ della grinta di combattenti valorosi come il professor Van Helsing, tentare di riorganizzare la resistenza.

Alberto Farina

“Storie di animali” (2008)

Non avrei mai pensato che potesse succedere, ma ho scritto un libro per bambini.

In realtà, tutto è cominciato quasi dieci anni fa. Avevo finito di tradurre per Il Castoro un libro sulla lavorazione di “Psyco” di Alfred Hitchcock, pubblicato in Italia sulla scia dell’uscita del remake di Gus Van Sant (intitolato, senza quella piccola censuretta provinciale che era toccata all’epoca al capolavoro di Sir Alfred, “Psycho”) e ci avevo trovato dentro un paio di macabre poesiole che mi ero divertito a rendere, in italiano, cercando di reinventarne le rime per mantenerne, più che il concetto letterale, la giocosità. C’era un piacevole limerick, ad esempio, scritto da autore ignoto nel 1957:

Un certo Ed, bizzarro giovanetto,
una ragazza non la portava a letto:
se gli pungea vaghezza
ne tagliava via mezza
e conservava il resto in un cassetto.

Ma c’erano anche filastrocche più articolate e narrative come questa:

La vigilia di Natale tutto tace nella scuola vuote e buie son le scale né una mosca più ci vola. Gli insegnanti sono appesi per benino dal soffitto: Eddie e Gus, da loro attesi, si avvicinano al convitto.

A quanto pare, queste piccole traduzioni piacquero abbastanza da suggerire al Castoro che potevo essere la persona adatta a tradurre in italiano una divertente serie inglese di libri per bambini. Nacquero così sei librini tutti in rima: Storia di ragno, Storia di plancton, Storia di lumacone, Storia di gatto, Storia di cane e Storia di pipistrello. Libricini coloratissimi e paradossali, in cui la personalità di alcuni animali veniva raccontata con un umorismo spesso davvero surreale e quasi sempre (almeno per me) irresistibile.

Poi gli anni sono passati, io ho continuato a occuparmi soprattutto di cinema – per il Castoro e per altri editori – fino all’estate scorsa, quando Renata Gorgani mi ha fatto vedere un libro francese che aveva deciso di acquistare. Era una raccolta di bellissimi disegni di animali di vario genere, solo che i testi erano davvero modesti – scritti, probabilmente con la mano sinistra, da uno scrittore francese che, sospetto, credeva di aver di meglio da fare. La proposta per me era di buttar giù qualche raccontino alternativo… un po’ più corposo del micragnoso paio di righe elargite dall’originale, ma comunque contenuto in meno di una cartella, e dedicato a raccontare come il tale animale avesse ottenuto una delle sue caratteristiche più tipiche. Ma i tempi erano strettissimi e quindi ero incoraggiato a trarre “ispirazione” da racconti popolari o tradizionali, o anche a classici fuori diritti.

Due dei racconti (quello sul tucano e quello sulla zebra) erano già stati scritti e dovevano servire da modello. Poiché tra gli animali che dovevo ritrarre c’erano il leopardo, il rinoceronte e l’elefante, per cominciare mi sono rivolto a Kipling e alle sue “Just So Stories” che da piccolo mi avevano affascinato. I primi tre racconti sono, dunque, dichiaratamente, un adattamento delle sue invenzioni geniali – e mi ha sorpreso scoprire che non avrei avuto bisogno di ripassarle: ne avevo ancora un ricordo vividissimo nonostante il libro non lo leggessi da almeno trent’anni.

Solo che dopo aver adattato in breve le tre storie che ricordavo mi sono accorto che se avessi dovuto mettermi a cercare, leggere, scegliere e riscrivere decine di storie di animali non ce l’avrei mai fatta a consegnare in tempo. Si faceva prima a inventarle da zero, cercando – per quanto era nelle mie possibilità – di seguire le orme di Kipling. Non sapendo se le storie funzionavano, ho provato a raccontarle a mio nipote di sei anni. Sono rimasto sorpreso quando, raccontandogli per rompere il ghiaccio la storia dell’elefante (una di quelle adattate da “Just So Stories“, in effetti) è subito saltato su dicendo: “Questa la so!” Non è che mi fossi vantato che fosse farina del mio sacco, ma è riuscito a farmi sentire colto in fallo – così ho evitato accuratamente di raccontargli le altre non originali e mi sono sparato tutte quelle che avevo inventato solo io.

Mi è sembrato molto interessato. Non solo, quando, un paio di mesi dopo, gli ho detto che il libro stava per uscire, lui è saltato subito su e ha detto: “Ah, quelle storie in cui”… e ha cominciato a snocciolare le trame che gli avevo raccontato – ricordandosi dei dettagli che io stesso mi ero già completamente dimenticato. Di certo, la cosa prova solo che la mia testa è più arrugginita di quella di mio nipote, ma preferisco pensare che le storie gli siano piaciute.

Il link per Ibs: http://www.ibs.it/code/9788880334682/hess-paul/storie-animali.html
Il link al sito del Castoro: http://www.castoro-on-line.it/libri/schedadellibro.aspx?IDCollana=2&ID=544
Il link del libro su Anobii: http://www.anobii.com/books/Storie_di_animali/9788880334682/01703c43d2343fa941/

Aggiunta il 9 dicembre 2008: scopro che il libro su Psycho è stato appena ripubblicato con una nuova copertina un po’ più carina di quella precedente. Eccola. Nel frattempo, sono lieto di potermi bullare del fatto che a Più libri Più liberi, la fiera romana della piccola editoria che si è chiusa proprio ieri al Palazzo dei Congressi, Storie di animali è andato esaurito!

“John Sturges” di… ehm… Alberto Farina

Image of John Landis Sono già dieci anni? Pensavo di aver esordito su IACine nei primi mesi del 1998, ma mi è venuto in mente che mi ero già affacciato, un po’ pateticamente, usando l’account di un amico, nel settembre 1997. Ero ancora in Canada, alla fine della lavorazione di “Blues Brothers 2000”, e provai a intervenire qua e là su Usenet, rispondendo a qualche domanda e anche cercando maldestramente di fare pubblicità al mio Castoro su John Landis (pubblicato due anni prima) e a “Sparate sul regista!” che era invece quasi fresco di stampa.Image of Sparate sul regista! Personaggi e storie del cinema di exploitation

Sono passati quindi oltre dieci anni da quei primi timidi post. E sono passati dieci anni anche dall’ultima volta che ho pubblicato un libro tutto mio – voglio dire, non in collaborazione con altri autori. Un po’ di altri impegni, un po’ perché il piacere sempre stimolante di scrivere sul newsgroup finisce in parte per togliere energie anche alla scrittura nella cosiddetta vita reale.

Solo che dopo un po’ torna la voglia di scrivere qualcosa su carta. Il 2007 l’ho iniziato lavorando al più volte rinviato Castoro su Sam Raimi, poi mi hanno chiesto di scrivere prima un libretto più snello (appena 97 pagine, inclusi i frontespizi) dedicato a un regista di cui tutti hanno visto almeno uno o due film ma di cui oggi ben pochi ricordano il nome.

Negli anni Sessanta e fino alla prima metà dei Settanta, John Sturges era piuttosto noto: uno di quegli artigiani solidi, a cui affidare solidi filmoni di avventura contando sul mestiere acquisito in trent’anni di carriera. Come moltissimi grandi professionisti del passato, Sturges era entrato nell’industria di Hollywood dalla porta di servizio, prima come aiuto dell’aiuto dell’aiuto, poi via via come assistente al montaggio e in seguito come montatore in proprio. Nel corso di questa lunga gavetta lavorò fra gli altri con David Selznick e George Cukor, collaborando anche ai primissimi film in Technicolor. Per poi passare alla regia grazie a William Wyler, che se lo portò dietro in Italia durante la guerra e gli consentì di firmare insieme a lui un insolito (e sfortunatissimo) documentario bellico, intitolato “Thunderbolt” e dedicato allo sforzo aereo alleato per favorire la liberazione della penisola dai tedeschi.

Image of Step Right Up!
Tornato negli Stati Uniti, Sturges lavora per diversi anni alla Columbia, subendo come tutti le celebri angherie del boss Harry Cohn. In una sua intervista viene fuori un aneddoto curioso, soprattutto perché raccontato in una versione solo marginalmente diversa da William Castle nella sua autobiografia. Pare che Cohn avesse l’abitudine di offrire ai giovani registucoli un copione orrendo, forse scritto da lui stesso, per vedere se questi avevano un minimo di senso critico. Sia Sturges che Castle raccontano di aver rifiutato, tremando, di cavarne un film – e di aver scoperto dopo di aver fatto la scelta giusta, perché Cohn avrebbe fatto fuori all’istante chiunque fosse stato abbastanza pazzo da accettare un incarico palesemente fallimentare.

Negli anni della Columbia, Sturges gira un po’ di tutto: noir, drammoni, film per ragazzi (anche uno della serie dedicata a Rusty, un eroico cane lupo protagonista di ben sette titoli, uno dei quali diretto proprio da William Castle), western e perfino una estensione a lungometraggio del racconto di Mark Twain “Il ranocchio saltatore”. Poi passa per un po’ alla MGM e realizza lì quello che è considerato da molti il suo film migliore: si tratta di “Giorno maledetto” (Bad Day at Black Rock), con Spencer Tracy, che è una sorta di western moderno e che sfrutta in modo intelligente la moda, esplosa in quel periodo, dello schermo panoramico, usandolo per descrivere spazi vuoti e solitudine, invece delle consuete scenografie esagerate, panorami lussureggianti ed eserciti in marcia.

Più avanti, insieme a colleghi più illustri come Billy Wilder, Sturges sarà tra i primi registi ad abbandonare lo scricchiolante sistema degli studios, assumendosi in prima persona la responsabilità della produzione dei propri film e appoggiandosi a un’organizzazione piccola ma agguerrita come quella dei fratelli Mirisch. Sarà con loro che realizzerà, fra gli altri, film oggi classici come “I magnifici sette” e “La grande fuga“.

L’ultimo film di Sturges è del 1976 ed è una avventura bellica abbastanza divertente. Se n’è parlato qui sul gruppo proprio di recente, quando qualcuno è venuto a chiedere se ne conoscevamo il titolo, che è “La notte dell’aquila” (il thread è questo, ma attenzione perche’ e’ spoilerosissimo). Nel complesso, la sua carriera attraversa oltre quarant’anni di cinema americano, passando dallo Studio System al periodo dei produttori indipendenti, fino ad arrivare alle soglie delle nuove grandi concentrazioni mediatico-economiche avviate alla fine degli anni Settanta e da tempo divenute la norma.

Se rileggo il post in cui cercavo – obliquamente e invano – di far parlare qualcuno del mio libro su Landis, arrossisco. Meglio quindi non cercare alibi, stavolta, e dichiarare sfacciatamente lo spam. Con la parziale attenuante che su questo non becco diritti d’autore. Il mio librino su John Sturges non si trova in libreria bensì in videoteca: viene infatti venduto in allegato a due diversi film di Sturges in DVD – “La grande fuga” e “I magnifici sette“. Entrambi i film sono in edizione a due dischi e pullulano di extra. Non posseggo ancora “I magnifici sette”, ma per “La grande fuga” posso segnalare un corposo documentario sulla lavorazione del film e un ancor più corposo documentario sul vero fatto storico che ispirò il soggetto.

C’è anche un commento audio che, invece, tutto sommato non è imperdibile, fabbricato com’è con un montaggio sicuramente laborioso di dichiarazioni di Sturges stesso e vari altri collaboratori. Spesso ci sono cose molto intessanti, ma non sempre sono puntuali come si vorrebbe rispetto alle immagini che scorrono sullo schermo: molto meglio sarebbe stato recuperare il commento audio realizzato da Criterion nel 1991 per un’edizione in laserdisc che è ormai da anni fuori catalogo e che io ho avuto modo di ascoltare solo grazie a un generoso collezionista finlandese che me ne ha spedito copia.

Image of John Sturges, histoires d'un filmaker
In effetti, gran parte del libro è stato reso possibile proprio dalla generosità di alcune persone incontrate su Internet. Su Sturges, l’unico libro pubblicato finora era quello di un francese che lo intervistò un paio d’anni prima della morte – un lavoro nel complesso un po’ pasticciato e farraginoso da consultare e leggere, ma zeppo di informazioni interessanti e soprattutto di testimonianze di prima mano. Nel complesso, però, le sole fonti disponibili sul regista sono gli articoli pubblicati da quotidiani e periodici nel corso della sua carriera. Finlandese a parte, per me è stato quindi assolutamente insostituibile l’aiuto dello IACiner Alessandro Coricelli, che in seguito a una mia richiesta proprio da queste parti mi ha trovato, in una biblioteca di Los Angeles, moltissimo materiale prezioso. Non ringrazierò mai abbastanza Alessandro per il tempo che mi ha dedicato e ci tengo a farlo di nuovo qui, dove avevo chiesto aiuto: gli devo quantomeno una corposa intervista a Sturges su “Il vecchio e il mare“, una marea di recensioni d’epoca ai suoi film tratte da “Variety” e da “Hollywood Reporter” e diversi articoli di enorme interesse – fra cui quelli in cui si parla di alcuni progetti che Sturges non realizzò mai e che passarono ad altri registi, come “U-Boot 96” e “Lo squalo“.

Molti film di Sturges sono tuttora introvabili in DVD, e si possono rimediare solo in questo modo… oppure ricorrendo al mulo, pur col rischio di trovare solo versioni doppiate in spagnolo. Qualcosina sta uscendo anche da noi (segnalo anzi che si trova da poco in giro “La frustata“, pubblicato da Millennium Storm) ma il grosso rimane inaccessibile. Anche quando si tratta di titoli all’epoca lanciati con un certo sforzo, come “Underwater!“, un improbabile drammone sottomarino con la polposa Jane Russell, noto essenzialmente perché la prima mondiale si tenne sott’acqua, alla presenza di giornalisti muniti di muta, respiratore e pinne… e con l’animazione imprevista di una non ancora famosa Jayne Mansfield. Il film non è niente di che, ma mi incuriosiva assai. Benché non ne esista ancora una versione commerciale, il mulo me ne ha portato uno spezzone che conteneva un logo che mi indirizzato su un forum di appassionati di cinema subacqueo (!), dove ho rintracciato la persona che l’aveva digitalizzato, dopo averlo registrato in televisione, e che è riuscito a passarmene via mail una copia integrale.

Infine, è soprattutto a causa delle affannose ricerche fatte per questo libro che ho scoperto il pluricitato Betterworld, sito che rivende a
fini di beneficienza libri (in inglese) dismessi dalle biblioteche, quasi sempre in ottimo stato, e con spese di spedizione imbattibili rispetto a qualunque altro sito di libri di mia conoscenza.

Image of John Sturges
Basta così. Ho notato che in videoteca il libro è cellofanato coi DVD in modo che la copertina non si vede. Ecco quindi il link alla schedina su Anobii, da cui scopro che il buon Jack Shepherd se n’è già assicurata una copia.

Buona lettura, Jack, e grazie. 🙂

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“Messa di mezzanotte” di F. Paul Wilson

Image of Messa di mezzanotte

In una ideale aristocrazia dei mostri più classici del genere horror, i vampiri sono da sempre considerati l’aristocrazia. Dracula, il capostipite, è un conte – ma anche i suoi innumerevoli emuli tendono in genere ad avere, nella struttura della società, una posizione dominante.

La premessa di “Messa di mezzanotte”, pur facendo piazza pulita di qualsiasi riferimento diretto a stemmi nobiliari, porta questo principio alle conseguenze estreme: invece di agire al dettaglio, i vampiri hanno portato l’assalto all’umanità su un altro piano scatenando una vera e propria Terza Guerra Mondiale. L’hanno vinta senza difficoltà e adesso si preoccupano solo di mantenere in vita un numero di umani sufficiente a procacciarsi il sangue che è loro necessario per sopravvivere, evitando di trasformarli in ulteriori bocche da sfamare e mantenendo, invece, interi allevamenti di “fattrici”, ossia di donne in grado di produrre nuove prede da svenare.

Ma se il pianeta sembra ormai perduto, un piccolo gruppo di personaggi organizza una faticosa resistenza: il vigoroso padre Joe Cahill, un sacerdote di incrollabile fede cattolica, sorella Carol, una suora che ha imparato a darsi da fare con gli esplosivi (e che con riluttanza non esita a smettere il velo per indossare abiti provocanti in modo da distrarre i suoi avversari) e Lacey, nipote di padre Cahill, lesbica e strenuamente atea.

È una strana combriccola, in cui il quarto improbabile moschettiere è un rabbino mascherato. Ma le vie del Signore sono imperscrutabili e sebbene i vampiri abbiano i tradizionali punti deboli (sono vulnerabili ai pali di frassino, alla decapitazione e ai simboli del cattolicesimo – con grave disagio di chi appartiene ad altre religioni) dalla loro parte ci sono anche schiere di collaborazionisti: sono i cosiddetti “vichy”, umani che accettano di servire i vampiri per una decina di anni dietro la promessa di essere trasformati a loro volta conquistandosi la vita (quasi) eterna.

Quello di F. Paul Wilson non è un romanzo particolarmente raffinato: “Messa di mezzanotte” offre azione, azione, azione dalla prima all’ultima pagina però riesce, a sorpresa, a non essere mai ripetitivo, e soprattutto a giocare con la tradizione in modo intelligente, rispettandone i cardini principali ma in modo niente affatto pigro o acritico.

Si arriva alla fine delle sue oltre 400 pagine senza annoiarsi, sorprendendosi dopo un po’ a credere completamente al mondo che viene descritto e anche alle scelte più improbabili di personaggi non proprio sfaccettati ma nemmeno totalmente di cartone. Accettando tranquillamente quel tipo di eccesso che di solito si è disposti a perdonare alle migliori graphic novels. Una bella sorpresa, valorizzata da una traduzione particolarmente attenta a chiarire, per i lettori italiani, i riferimenti meno immediatamente riconoscibili alla cultura pop americana di cui Wilson è impregnato.


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