Carlo ed Enrico Vanzina e il loro cinema High Concept

Foto 17-07-18, 14 34 16Quindici anni fa, l’amico Francotti mi chiese di contribuire con un paio di paginette alla pubblicazione dedicata a Stefano, Carlo ed Enrico Vanzina dall’edizione 2003 di “Primo piano sull’autore”, l’annuale rassegna/retrospettiva che organizzava ad Assisi. L’ho ritirata fuori su Facebook dopo la scomparsa prematura di Carlo e un amico mi ha detto che sarebbe stato il caso di renderla accessibile anche a chi non è fra i miei contatti. Provvedo. Il titolo con cui il pezzo è stato pubblicato non è mio, eh.

Esiste una razza di spettatore talmente pericolosa che persino Stanley Kubrick, in un’intervista, metteva in guardia da esso. Si tratta dello spettatore mediamente acculturato, quello a cui gli amici si rivolgono per sapere cosa andare a vedere perché, bene o male, sa citare sempre uno o due altri film precedenti realizzati dal regista. È uno spettatore che ha visto qualche film in più della media dei suoi conoscenti, e questo gli pare sufficiente a ignorare senza problemi intere cinematografie, e qualche volta anche tutto il cinema ancora in bianco e nero. Spesso finisce per ragionare di etichette e di pregiudizi e il più delle volte adotta I’atteggiamento lamentoso del cattivo critico – quello che, secondo una famosa definizione di Ambrose Bierce (qui tradotta da Daniela Fink), «si vanta di essere incontentabile perché nessuno si sforza di compiacerlo». Infine, ha imparato di dover scegliere un film sulla base del nome del regista e non su quello degli attori, però l’ha imparato così bene da dimenticare completamente la natura collettiva – e, soprattutto, fondamentalmente industriale – dell’opera cinematografica.

Foto 17-07-18, 14 35 11Seguendo l’esempio di cattivi maestri di cui spesso non sa cogliere appieno l’insegnamento, lo spettatore di cui sopra è il vero campione del più superficiale qualunquismo cinematografico: non giudica sul serio, ma si limita ad attaccare sui film etichette che ha trovato già fustellate e pronte per l’uso, sguazzando in una mediocrità di analisi che è direttamente proporzionale al proprio snobismo. Per lui non esistono vie di mezzo fra il cinema d’autore e la schifezza commerciale, e l’eventuale apprezzamento per la seconda passa necessariamente attraverso il suo sdoganamento in chiave di cult, di pop-art, di poetica d’autore attraverso una spesso ipotetica riflessione sui generi. E invece, perbacco, il cinema è da sempre bello perché vario: perché a volte sorprende il pubblico e lo scuote, e a volte lo culla invece nei suoi vizi e nelle sue pigrizie, in una doccia scozzese che rende l’esperienza della visione sempre nuova per lo spettatore cinematografico davvero onnivoro. Quello cioè a cui piace andare al cinema, e non solo vedere questo o quel film particolare.

VacanzeIl cinema di Carlo ed Enrico Vanzina, per esempio, è divenuto per troppi l’esempio proverbiale del degrado commerciale della grande tradizione cinematografica italiana. C’è stato anche chi ha preso in giro la prolificità produttiva del duo, responsabile nei periodi migliori di due, tre e anche quattro titoli all’anno. Senonché ritmi di questo genere non sono affatto una novità: se si andasse ogni tanto a scorrere le filmografie dei registi attivi negli anni ’50 e ’60 si scoprirebbe che, almeno nel cinema commerciale, due o tre titoli l’anno costituivano un flusso produttivo assolutamente nella norma.

mystereNel bene e nel male, è a Carlo ed Enrico Vanzina che si devono direttamente tutti i filoni di successo commerciale degli ultimi vent’anni di commedia italiana. Se si eccettuano gli attori che dirigono se stessi (da Benigni e Troisi a Verdone, Nuti e Benvenuti, fino ai piu recenti Pieraccioni, Ceccherini e Salemme) e il fenomeno Fantozzi (legato comunque a Villaggio, un protagonista-autore che, pur astenendosi di norma dalla regia, va a tutti gli effetti assimilato ai nomi di cui sopra), portano il marchio Vanzina praticamente tutti i film italiani che abbiano beneficiato di una successiva serializzazione, dando vita a sequel ufficiali o anche a imitazioni apocrife, e contribuendo comunque in modo sostanziale a tenere in moto la macchina produttiva. In una cinematografia economicamente fragile come la nostra, la capacità di individuare e sfruttare un’idea commerciale, e di confezionare personaggi che il pubblico insiste a premiare, e una dote con cui non è possibile non fare i conti. Soprattutto quando poi si guarda con invidia al modello statunitense, quello di un’industria trionfante nell’applicare formule che consentono di intercettare con impeccabile regolarità i gusti delle platee planetarie.

sotto il vestito spagnaNon è un’esagerazione dire che i Vanzina sono forse gli unici nel nostro paese ad aver recepito e applicato proprio I’insegnamento commerciale del cinema americano degli anni Ottanta: realizzando film ispirati al cosiddetto “High Concept” e sperimentando per primi la via della commercializzazione a tutto campo, dalle colonne sonore a un accurato product placement. E tutto questo senza limitarsi alla commedia (peraltro coerentemente declinata in più varianti, dal veicolo per i divi comici del momento alla commedia sentimentale fino alle farse storico-fantastiche in costume) ma frequentando i generi più diversi della tradizione italiana. Basta pensare a thriller come “Sotto il vestito niente” e “Mystere”, a un rispettabilissimo giallo giornalistico come “Tre colonne in cronaca” e al tentativo avventuroso di “La partita” per rendersi conto di come la genuina cinefilia dei fratelli sia sempre pronta ad alternare progetti relativamente sicuri con tentativi di esplorare strade diverse – una tendenza confermata anche del recentissimo “Il pranzo della domenica”.

tre_colonne_in_cronaca_locandina_754faII fatto che la produzione di Carlo ed Enrico Vanzina abbia attraversato (quasi) indenne la dissoluzione della nostra industria cinematografica negli anni Ottanta e Novanta va visto quindi, già di per sè, come un fenomeno straordinario: il risultato di una professionalità solida e fondata su una conoscenza del cinema niente affatto libresca ma maturata sul campo. Facendo, non dissezionando a tavolino. E soprattutto evitando cautamente la trappola di quell’autorialismo ad oltranza che ha fatto da noi forse più danni della cattiva televisione. Perché se pure il cinema vola con i poeti, è grazie a gente come i Vanzina che respira.

(Originariamente pubblicato in “Steno e i Vanzina – L’infinita commedia”, ANCCI, 2003)

Foto 17-07-18, 14 43 52Contenuti extra:

Il mio primo post significativo a difesa del cinema dei fratelli Vanzina, sul newsgroup it.arti.cinema, nel 1999

 

Carlo ed Enrico Vanzina e il loro cinema High Conceptultima modifica: 2018-07-17T15:20:03+02:00da albertofarina
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