Dieci minuti con Joe Dante

Abbastanza curiosamente, in venticinque anni che faccio questo lavoro non mi era ancora mai capitata l’occasione di intervistare Joe Dante. Ne avevo parlato spesso con John Landis, che è da sempre suo buon amico e che qualche anno fa lo accusava di avere, come unico limite, un’eccessiva mancanza di ambizioni rispetto alle sue potenzialità… un giudizio che poi era stato felice di rimangiarsi in occasione della prima stagione di “Masters of Horror”: sia l’episodio di John che quello di Dante erano da segnalare fra i migliori della serie, “ma il mio”, dichiarò John al festival di Torino, “è deliberatamente cretino, mentre Joe ha colto l’occasione per dire qualcosa di importante”. Questo qualcosa di importante era il gustosissimo Homecoming (qui il mio post in proposito su it.arti.cinema) una storia di zombi che era anche una ferma presa di posizione contro le scelte di Bush e della sua amministrazione – realizzata per giunta in un periodo in cui scagliarsi contro Bush non era affatto scontato.

All’epoca, con Dante riuscii a scambiare non più di un saluto quando John me lo presentò durante una prima colazione – e anche quando, una delle sere, partecipai a una cena con i Masters of Horror presenti a Torino, preferii rimanere quasi sempre in silenzio a godermi gli scambi di battute fra due parlatori accaniti come Landis e Dante – anche se ricordo che parlammo un po’ di Doppio Audio, il programma che facevo allora per Raisat Cinema, e che a Dante l’idea era piaciuta molto. Dubito che sia partita da lì la sua iniziativa, annunciata qualche tempo dopo, del meraviglioso sito Trailers from Hell, in cui vecchi prossimamente di film di serie B sono commentati in audio da celebri registi o sceneggiatori – ma mi piace pensare che fra le due iniziative qualcosa in comune ci fosse.

Alla fine, l’occasione per fare due chiacchiere con la calma (molto relativa) dei junket festivalieri, è capitata a Venezia. Partendo da The Hole, che per Dante segna un ritorno al cinema a sei anni dal devastante braccio di ferro con la Warner Bros, che fece di tutto per rovinargli fra le mani un film come Looney Tunes Back in Action, un progetto che sarebbe stato perfetto per il regista, se solo gli fosse stato consentito di realizzarlo a modo suo. “The Hole”, che dovrebbe uscire in Italia il prossimo marzo, è una sorta di ritorno ai temi che Dante frequentava negli anni Ottanta: un cinema fantastico per ragazzi, fra commedia, thriller ed effetti speciali. Con, stavolta, l’esaltatore di sapidità del 3D. Qui di seguito, la trascrizione dell’incontro, durante il quale è Dante stesso a prendere la parola per primo. Va precisato che l’intervista è stata raccolta il giorno prima della proiezione del film al Festival, perché questa era prevista il penultimo giorno della Mostra. Per Dante, membro della giuria, sarebbe stato vietato parlare coi giornalisti nel giorno che precedeva la premiazione – e quindi tutti siamo stati costretti a intervistarlo, per così dire, a tentoni.

[The Hole] Non l’ho nemmeno ancora visto io in 3D – tranne una volta, ed era con una colonna sonora sbagliata. Questo film è stato appena finito e questa proiezione Veneziana sarà la prima proiezione pubblica in assoluto… non abbiamo nemmeno fatto un’anteprima, per cui non ho idea di come andrà. È un film horror un po’ rétro… un film un po’ anni Ottanta su una famiglia, una madre e due ragazzini, che traslocano in una nuova città… non sappiamo esattamente perché hanno dovuto traslocare ma un motivo c’è… e nella nuova casa scoprono, sul pavimento della cantina, una porta con dei lucchetti. Qualsiasi ragazzino, che appartenga a un film o alla realtà, cercherebbe di aprire quella porta… e infatti lo fanno… e non posso dirti cosa c’è dentro.


Trovo interessante il fatto che tu abbia cominciato lavorando con Corman, per passare poi alle major – e ora sia tornato a lavorare come indipendente. Mi illustri un po’ questa traiettoria di…

Dici del declino della mia carriera? (ride)

Non parlo affatto di declino. Ma ieri mattina Romero mi ha detto di aver fatto la stessa scelta, per ottenere un po’ di libertà creativa dopo aver lavorato con la Universal…

È esattamente questo il punto. Penso che qualsiasi cineasta con cui dovessi parlare oggi… ti diranno che se devono fare un film con gli studios… la frase è… “vengono pestati”. E questo significa in sostanza che hanno una serie di livelli di management che gli dicono come fare o non fare i loro film. E in genere non sono persone che ne sanno più di te su come si fa un film. Per cui diventa molto frustrante. La cosa buona dell’essere indipendenti è che i film costano meno e c’è più libertà. Quando ho fatto gli episodi di “Masters of Horror”, l’obiettivo principale di quella serie era proprio lasciare che potessimo lavorare senza interferenze… non c’erano note da scrivere, anteprime… c’era solo “fare il film”. Ed è quello che piace a chi fa cinema: vogliono potersi esprimere. Per cui, scopri che l’atmosfera dei grossi studios, al giorno d’oggi, è molto restrittiva… e i cineasti gravitano attorno a posti dove possono avere più libertà di esprimersi.

Parliamo del 3D, la grande speranza di questi mesi, ma anche qualcosa che rende i film più costosi. Non c’è il rischio che questo spinga l’industria ancora di più in mano alle major?

No, non è vero. Il nostro è un film indipendente e non è costato molto. Quando ho suggerito di farlo in 3D i produttori ci hanno pensato un po’ su, si sono fatti due conti, si sono accorti che era solo un 20 per cento in più di quello che si sarebbe dovuto spendere e così hanno deciso di accettare. Penso che ci saranno sempre più film indipendenti girati in 3D – non è poi così costoso… ci sono questioni legate alla postproduzione che costano di più, ma fare il film è molto simile a farne uno normale, ora che le macchine da presa sono piccole… le telecamere digitali. Le cineprese 3D erano enormi, scomode e la scelta degli obiettivi era limitata… ma ora… e sono sicuro che quando vedremo “Avatar” sarà un grande film… io tendo a non vedere il 3D come una limitazione, penso che…. ti dia uno strumento in più per raccontare la storia.

Questo ci porta alla prossima domanda. Come regista, c’è qualche differenza nello scegliere l’inquadratura o organizzare una scena per girare in 3D invece che per uno schermo piatto, oppure non ci sono differenze sostanziali? Non pone nuovi problemi espressivi come accadde quando il cinema acquistò il sonoro, oppure il colore?

Beh, in genere i film li giri comunque in profondità – imposti la scena e cerchi di rendere interessante la composizione dell’inquadratura… quando lo fai in 3D sei molto più consapevole delle relazioni spaziali fra i personaggi e il dramma che si sta svolgendo… È un po’ come mettere in scena una rappresentazione teatrale, perché muovi le cose all’interno di un riquadro, sempre ben cosciente di dove stia la convergenza oculare, dove sia l’immagine all’interno del quadro… sta in primo piano, sta dietro, sta sopra… e puoi fare alcuni gesti molto drammatici col modo in cui imposti una scena in 3D. Questo film l’abbiamo fatto in 3D sapendo che in molte situazioni sarà visto in 2D… io preferisco la versione 3D perché è quella che avevo in testa mentre lo facevo, ma quando lo vedo in 2D va benissimo lo stesso.. a differenza di tanti film, non sembra un film 3D classico, con roba che ti viene gettata contro per tutto il tempo, che ti fa pensare “questo ovviamente era in 3D”. Questo, io credo, è più un film normale.


Il grande cambiamento nel ritorno al 3D è che oggi molti registi affermati ne sono attratti – al contrario degli anni Cinquanta in cui, in pratica, solo Hitchcock si fece tentare dal mezzo… certo, Jack Arnold era un grande, ma certo non era considerato un autore…

Beh, verso la fine, ad esempio, ci furono “Baciami Kate”, diretto da George Sidney, “Hondo” diretto da John Farrow… i grandi registi cominciavano a gravitare attorno al 3D verso la fine del ciclo. Ma ormai era troppo tardi, errori di presentazione avevano condannato il 3D… la gente non aveva più voglia di andarci, gli veniva mal di testa, e avevano avuto tante esperienze negative che la cosa semplicemente andò a morire. Qui credo che verrà fuori che i registi importanti sono attratti dal 3D. Potranno decidere di NON girare in 3D perché è una decisione… è uno strumento, come il colore, il suono… vuoi fare il film in bianco e nero o lo vuoi fare a colori? Ci sono motivi per fare cose del genere. E credo che il 3D sarà ritenuto adatto a certi tipi di film e non ad altri.

A cosa pensi che si debba questo spostamento, questa volta? Perché stavolta quasi tutti i registi più celebri sono interessati fin dall’inizio al 3D? Dipende solo dal fatto che la tecnologia è davvero matura?

La tecnologia è migliorata al punto che non è più un ostacolo nel realizzare un film. Puoi fare il film che desideri senza scendere a compromessi per il fatto che lo giri in 3D, come accadeva un tempo. È anche perché c’è un bisogno di riportare più emozione all’idea di andare al cinema. Soprattutto in America, la maggior parte della gente che va al cinema ha meno di 25 anni. Per portare in sala qualcuno di più anziano gli devi dare qualcosa in più. Penso che sia stato dimostrato che molti film incassano in proporzione di più quando sono in 3D rispetto a quando sono in 2D.

Torniamo a “The Hole”, un film che, per tua stessa ammissione, riporta ad atmosfere un po’ anni Ottanta… genere fantastico, ragazzini protagonisti… è una scelta voluta di ritorno al passato?

Più che voluta e consapevole, si è evoluta in questo senso. Quando mi è stato data la sceneggiatura, ovviamente, ho detto: “Che? Un altro film di ragazzini ed effetti speciali? Non mi va di farlo”. Poi l’ho letta ed era… buona. E… beh, i progetti li scegli sulla base della loro qualità. Di qualità non ne vedevo molta in altre sceneggiature che mi venivano proposte, e così… mi sono detto: “questa la so, so che so farla, so come farla e penso di poterci mettere qualcosa”. Perché penso che nessun regista dovrebbe dirigere un film che non andrebbe a vedere… penso sia un modo per farli male – è così che escono i film brutti. Devi fare film che per te significano qualcosa, fare in modo che per te siano importanti. Così sono salito a bordo e… credo che rientri nella grande tradizione dei film che facevo negli anni Ottanta.

Ti conosco come un appassionato e un conoscitore del grande cinema del passato. Cosa pensi dell’iniziativa di aggiungere il 3D a classici girati originariamente per il tradizionale schermo piatto? Non parlo dei film di animazione digitale, naturalmente, visto che per quelli esiste, pur sul piano virtuale, l’informazione per generare la seconda immagine…

No, no, intendi la conversione. In effetti ho visto un test fatto su “Cantando sotto la pioggia”, in 3D. E… non ci siamo ancora, alcune cose non sono ancora a punto… ma era… piuttosto affascinante. Era un po’ come… beh, penso alla prima volta che ho provato l’hashish… e mi sono proiettato un film che avevo già visto molte volte, la mia copia 16mm… e tutto sembrava in 3D! E io pensavo: “Non ho mai visto una cosa simile… spettacolare! Ora posso rivedere tutti i film che mi sono piaciuti fumando questa roba è sarà una figata!” In realtà la cosa mi funzionò solo per un film – dopo un po’ era… beh, no, non funziona così. E comunque dopo non te lo ricordi. Però… però credo che ci saranno film convertiti al 3D… “Casablanca” verrà portato in 3D… e non penso che la cosa li danneggerà. Penso che sarà solo un altro modo di guardarli. Perché il test su “Cantando sotto la pioggia” era piuttosto impressionante.

Per cui non è come la colorizzazione dei film in bianco e nero…

No, no… perché lì aggiungi… con la colorizzazione stai aggiungendo un altro strato di decisioni a decisioni che sono state prese molto tempo fa. Decido che questa tenda debba essere viola. Capisci? E poi, quando guardi i film colorizzati, all’improvviso ti metti a guardare i fiori in mezzo al tavolo e non le facce degli attori. Anche la colorizzazione è molto migliorata, la qualità è un’altra – ma c’è sempre qualcosa di sbagliato, non è il modo in cui il film era stato fatto. L’immagine 3D è… è quasi come se tu fossi sul set mentre si fa il film… è sempre lo stesso film, solo che va in profondità. Per cui… vabbe’, sono sicuro che il Sindacato registi avrà qualcosa da ridire ma… ma a me è parso molto interessante.

Dieci minuti con Joe Danteultima modifica: 2009-10-10T14:26:00+00:00da albertofarina
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