“The King of Kong: A Fistful of Quarters” (2007) di Seth Gordon

Perché ancora oggi ci ricordiamo chi era il Barone Rosso? Perché è l’aviatore che, nel corso della prima guerra mondiale, riuscì a buttare giù da solo più nemici di chiunque altro. 86 aerei abbattuti, un numero incredibile, soprattutto se si pensa che il secondo in classifica ne aveva totalizzati poco più di venti.

Relata refero: sono in treno e non ho modo di controllare, ma più o meno sono questi i dati snocciolati da uno dei protagonisti di questo spassoso documentario, nel corso di una spericolata analogia. Il Barone Rosso era, all’epoca, il numero uno dell’aviazione teutonica per mira, riflessi, coordinamento fra corpo, mente e strumentazione. Più o meno come il campione mondiale di Donkey Kong.

Chi ha all’incirca quarant’anni, Donkey Kong lo ricorda sicuramente: grossomodo coevo del più celebre Pac-Man, era quel videogioco in cui un omarino baffuto deve arrampicarsi su per complicate strutture per salvare la sua ragazza da un gorilla che l’ha rapita – schivando, nel contempo, i barili che lo scimmione gli lancia addosso dalla vetta, ma anche superando altre insidie come le palle di fuoco, le molle rimbalzanti e gli ascensori. Quelli della mia generazione ci hanno giocato un po’ tutti: i videogiocatori successivi lo hanno conosciuto soprattutto nelle incarnazioni e varianti successive, quando l’omarino baffuto è stato battezzato Super Mario e dotato di un fratello (Luigi), creando la coppia dei Super Mario Bros. – portata addirittura sullo schermo in uno dei primi, famigerati, adattamenti per il cinema di videogiochi di successo.

Per la maggior parte di noi, l’era dei videogiochi da “arcade” ha poi lasciato spazio ad altri passatempi, per molti è andata ad arricchire il patrimonio di memorie nostalgiche dell’adolescenza. Per qualcuno, però, Donkey Kong è rimasto un’attività divorante, un’ossessione, un motivo di vita e di affermazione personale. Esistono persone che posseggono, nel loro garage, le pesanti cabine originali, rilevate dalle sale giochi e mantenute amorosamente in funzione per due decenni. Persone che ancora oggi sono capaci di giocare per ore, all’inseguimento della “partita perfetta”, quella in cui riesci a saltare tutti i barili, a spegnere a martellate tutte le palle di fuoco, a prendere tutti gli ascensori e arrivare al ventiquattresimo, impossibile, schermo del gioco, il cosiddetto KILL SCREEN, quello in cui la memoria del computer non basta più a gestire il gioco e l’omarino baffuto perde, automaticamente, una vita dopo pochi secondi, qualsiasi cosa stia facendo, anche senza barili nei paraggi.

C’è gente che da un quarto di secolo tiene in piedi un’organizzazione per consentire i campionati di Donkey Kong, c’è chi passa ore e ore a guardare vhs su cui videogiocatori di tutti gli Stati Uniti hanno registrato le riprese delle loro partite, per controllare che non ci siano trucchi e, nel caso, convalidare i record che i proponenti sostengono di aver conseguito. E c’è chi sulla propria posizione di campione rimasto imbattuto per vent’anni ha costruito la sua vita e il suo successo personale, e anche un codazzo di fedeli accoliti disposti a tutto per poter toccare al maestro il lembo del mantello.

“The King of Kong: A Fistful of Quarters” è la storia di questo super campione, e di uno sfidante timido che tenta di battere il suo record di ottocentomila punti e rotti – non tanto per il gusto di sconfiggere la persona, quanto per dimostrare a se stesso di poter essere primo in qualcosa, dopo aver fallito come musicista, come giocatore di baseball e di basket e come imprenditore. La riuscita e il fallimento della propria vita, dopotutto, è in una certa misura una questione personale, e se non si è ottenuto il successo nei campi in cui si misura la gente normale, tutto sommato, non si vede perché non si dovrebbe poterlo fare cercando di salvare una ragazza di pixel da un gorilla di pixel, saltando migliaia di barili fatti di pixel.

Ci sono di mezzo questioni di regole: un record documentato da un video vale come un record conseguito in pubblico, durante un torneo? Le macchine sono tutte uguali o ce ne sono alcune su cui è più o meno facile giocare? Non è che si possono taroccare i software? E’ lecito imprecare durante la partita?

E poi ci sono questioni più profonde: la paura e il desiderio del confronto, il potere delle amicizie, della popolarità, del denaro, di un titolo acquisito, il bisogno di dimostrare qualcosa a chi ti sta intorno perché questo significa dimostrarlo a se stessi. Oltre alle antiche considerazioni che solo chi ha videogiocato a lungo può forse davvero capire: l’ossessione della sfida, l’alienazione che si cura e si alimenta allo stesso tempo, la semplificazione elettronica di tensioni che nella vita non si presentano mai in schermi ripetitivi, l’ipnotico sprofondare in ragionamenti che dopo un po’ cominciano a svilupparsi secondo le logiche del gioco.

C’è tutto questo e molto altro, in questo film, che riesce a far ridere senza diventare irridente, senza pretendere di giudicare un gruppo di “white and nerdy” che hanno trovato una loro ragione di vita in una disciplina che forse nessuno si sarebbe mai aspettato. E’ al tempo stesso una parodia dei documentari d’inchiesta e un’inchiesta vera e propria, avvincente, coinvolgente e, nei suoi 79 minuti, assolutamente impeccabile. Se avete avuto vent’anni negli anni Ottanta, è roba da non perdere: ma lo è anche se avete qualche passione che monopolizza una buona parte del vostro tempo libero e che a volte diventa per voi più maledettamente seria di quanto non meriterebbe. Come ad esempio scrivere su un newsgroup.

Roma, Festa del cinema, 25 ottobre 2007

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=YPLjXjObEms&rel=1]
Il trailer del film su YouTube

“The King of Kong: A Fistful of Quarters” (2007) di Seth Gordonultima modifica: 2007-10-27T22:38:00+00:00da albertofarina
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